Le metamorfosi del narcisismo: questioni diagnostiche

di Annamaria Mandese e Piero Petrini

Abstract

L'articolo si propone di affrontare in chiave psicoanalitica la questione diagnostica relativa alla patologia del narcisismo, divenuta ormai una sorta di problema a causa dell'uso indiscriminato di termini come narcisista o narcisistico da parte di chi non possiede alcuna competenza psicopatologica. L'importanza di differenziare le diverse organizzazioni narcisistiche, che possono caratterizzare le varie personalità, si riscontra soprattutto nel momento in cui si avvia il processo psicoterapico. Gli autori scelgono come criterio discriminante nell'ampio spetto delle patologie del narcisismo la tipologia di relazioni oggettuali, caratterizzanti il mondo intrapsichico, dandone evidenza mediante l'esame di alcuni casi clinici.

Un fenomeno ormai diffusissimo è il ricorso a diagnosi psicopatologiche anche da parte di chi non ha alcun tipo di preparazione in tale campo, non tanto per ostentare un sapere non conosciuto, quanto piuttosto per cercare di spiegare, spesso con l'ausilio di Internet, comportamenti di partner, amici e colleghi. Infatti, è piuttosto frequente nel nostro lavoro di psicoterapeuti che i nuovi pazienti giungano con una teoria sulla crisi, che vivono, e sul loro malessere in cui il narcisismo dell'altro ha avuto effetti disastrosi sul proprio equilibrio psichico. Innegabilmente viene così per paradosso a crearsi una situazione con lo psicoterapeuta definibile narcisistica: l'incontro con l'altro, in questo caso con la competenza dell'altro, deve essere evitato perché troppo pericoloso per il proprio equilibrio, dato che l'esperto potrebbe smentire la teoria esplicativa e introdurre l'idea della responsabilità del soggetto rispetto alla propria crisi. Ci sembra quanto mai opportuno il riferimento a Modell A.H. (1986) l'analista che per primo collegò l'atteggiamento rifiutante del narcisista al rifiuto originario della propria madre, in quanto oggetto eccessivamente intrusivo. Il narcisista si comporta come se potesse fare a meno dell'altro, poiché il suo Sé pone la propria immagine come oggetto primario da contemplare; ma il mito ci insegna che nel momento in cui Narciso tenta di entrare in contatto con la sua stessa immagine, questa va incontro ad una vera e propria frantumazione. Si potrebbe dire che la nostra stessa immagine non può reggere tutto il carico libidico, di cui è fatta oggetto, e perciò va in pezzi a dimostrazione di una presunta portanza, frutto soltanto di un'illusione narcisistica fallimentare. Possiamo infatti constatare nella nostra vita, a tantissimi livelli, la pericolosità degli investimenti totali di stampo piramidale, in cui null'altro esiste. Mentre innegabilmente chi sceglie di investire le proprie energie in vari ambiti sarà meno esposto a crisi e crolli psichici gravi, perché potrà spostare i propri investimenti su altri "oggetti" forte dell'esistenza di relazioni oggettuali dense di alternative. Dunque, chiunque si rivolga a noi terapeuti con un sapere già saturato, a cui non c'è più nulla da aggiungere, e che non ha bisogno di niente da parte nostra, proprio come fece Narciso con la ninfa Eco, rischia di distruggersi e morire per mano del suo stesso esasperato auto-riferimento. L'etichetta diagnostica di "Narcisista" è stata così appiccicata addosso alle persone più disparate, svuotata completamente di qualsiasi valore discriminante e mirante ad una vera comprensione della sofferenza, che invece c'è in chi ha veramente una patologia del narcisismo. Forse però potremmo dire che Narciso ha assunto un aspetto proteiforme nella clinica, per vincere il suo aspetto mortale, così tanto angosciante per la madre Liriope, e riservarsi così l'immortalità. Anche la moltitudine infinita di pubblicazioni sul tema dà evidenza ad un certo grado di confusività rispetto alla definizione del concetto di narcisismo in sé. Pertanto, a fronte di questa sorta di livellamento azzerante qualsiasi differenza diagnostica, l'articolo si propone di operare una sorta di lavoro di differenzazione clinica isolando un criterio, che ci permetta di muoverci nel mare del narcisismo. Riteniamo che sia più che mai opportuno, ai fini della comprensione dell'articolazione del narcisismo, riferirci alle relazioni oggettuali e coglierne il posizionamento e la funzione difensiva e strutturale in seno all'economia e all'organizzazione delle diverse personalità; non dobbiamo infatti mai dimenticare che i comportamenti, i pensieri, i sentimenti e gli atteggiamenti che riflettono il narcisismo si collocano sempre su un ampio continuum di esperienze.

Con il termine "relazione oggettuale" la psicoanalisi intende riferirsi al ponte tra organizzazione del mondo interno di un soggetto e il suo modo di relazionarsi all'ambiente esterno. Il mondo intrapsichico è frutto di aspetti biologici e di precocissime esperienze, che danno vita ad una particolare concezione dell'oggetto, ad un modo specifico di rapportarsi all'altro per tutelare la propria immagine di sé e ad un corollario di difese psichiche per tamponare l'angoscia. Ne deriva che esistono diverse tipologie di relazioni oggettuali e noi ci soffermeremo dapprima su alcune di esse, spesso riscontrabili nella clinica, le quali corrispondono ad altrettanti livelli di sviluppo psichico. Nell' avviarci lungo questo percorso, riteniamo che sia necessario occuparci innanzitutto di una differenza molto ben evidenziata da Winnicott (1971) tra "entrare in rapporto con l'oggetto" e "usare l'oggetto", i cui significati sono letteralmente invertiti rispetto al lessico convenzionale."Entrare in rapporto con l'oggetto", solitamente usato per riferirsi a una relazionalità matura, invece viene riferito da Winnicott a una forma di relazionalità più primitiva, decisamente narcisistica, in cui l'oggetto è solo "un fascio di proiezioni", un'estensione del Sé; mentre "usare l'oggetto" implica il riconoscimento delle sue peculiarità, di cui noi evidentemente abbiamo bisogno. Nel caso dell'entrare in rapporto con l'oggetto siamo di fronte a ciò che si definisce narcisismo primario, tipicamente psicotico, in cui il "sentimento oceanico", di cui parlò l'amico di Freud, Romain Rolland, in una lettera a lui indirizzata del 1927, e ripreso da questi nel 1929 in "Il disagio della civiltà", altro non è che "[…] un sentimento onnicomprensivo che corrispondeva a una comunione quanto mai intima con l'ambiente" (Freud, 1929); nello stadio del narcisismo primario vi è proprio "un ripudio primordiale, da parte dell'Io narcisistico, del mondo esterno". Per rendere più chiaro ciò che stiamo sostenendo, basti pensare per un attimo a ciò che prova uno psicoterapeuta stando nella stanza di analisi con un paziente psicotico: sente di non esistere, che lì si stia realizzando un'onnipotenza inanitaria del paziente, per cui può essere lì, lo psicoterapeuta, solo se accetta una condizione di indistinzione con il paziente. Nonostante lo sviluppo psichico, come sosteneva Racamier (1993), non possa prescindere dal lutto dell'unione narcisistica assoluta con l'oggetto-madre e proceda verso relazioni con gli oggetti esterni al proprio Sé, è innegabile che in ognuno di noi resti sempre sullo sfondo psichico una certa dose di illusione narcisistica onnipotente, mitigata però da un sano esame di realtà e da una concezione positiva dei limiti personali. Freud (1914) in "Introduzione al Narcisismo" considerò l'illusione narcisistica onnipotente come una parte residuale dello stesso sviluppo psichico, affermando che "lo sviluppo dell'Io consiste in un allontanamento dal narcisismo primario" ma persiste sempre "un intenso anelito a riconquistarlo". Ne è una dimostrazione il lavoro psichico della fantasmatizzazione primaria, in cui non solo il bambino ma anche noi adulti creiamo a livello immaginario l'oggetto in sua assenza nella realtà, invenzione creativa di un mezzo per riuscire a fare a meno dell'oggetto.

L'oggetto però sarebbe sempre una parte di sé e ciò ci richiama al mito di Narciso in cui abbiamo il totale ritiro libidico su di sé a scapito dell'oggetto altro da sé, come dimostra l'indifferenza nei confronti di Eco. Nel confronto/incontro con l'oggetto reale (fantasmatizzazione secondaria) il bambino, come tutti noi, non può fare a meno di percepire che l'altro è diverso da come se l'era immaginato; quindi, si crea la prima ferita narcisistica. La psicopatologia, dunque, è il riflesso di come viene gestita questa prima ferita narcisistica. Se vi è il ricorso a processi difensivi forclusivi, come nelle psicosi, nelle prepsicosi o nelle perversioni, nelle quali viene precluso l'accesso alle differenze, la ferita narcisistica viene denegata, per cui non esiste. Se invece si attivano meccanismi di difesa scissionali dell'immagine dell'oggetto in buono o cattivo, come accade in tutti i disturbi di personalità, la ferita narcisistica si "risolve" rendendo spregevole l'oggetto che l'ha suscitata. Molto diversa è la soluzione che trovano i più evoluti nevrotici, i quali, confrontati con la "ferita narcisistica" legata alla scoperta di non essere un tutt'uno onnipotente con l'oggetto e che l'oggetto creato dalla mente non esiste identico nella realtà, rispolverano la percezione di essere parzialmente limitati; l'integrazione di una rappresentazione mentale di sé come persona portatrice di limiti e perciò bisognosa dell'altro li aiuta proprio a tamponare l'angoscia di castrazione che si scatenerebbe immaginando di realizzare i propri desideri e di prendere un posto non loro. Inoltre, nella valutazione del rapporto tra "vicende" del narcisismo e psicopatologia si dovrà sempre valutare quanto le diverse organizzazioni di personalità ricorrano a rimemorizzazioni dell'antico "sentimento oceanico", fatto di fantasie di onnipotenza per tamponare le ulteriori ferite narcisistiche legate ad esperienze traumatiche come abusi, gravi carenze, strappi dei legami, fraintendimenti nella comprensione dei bisogni affettivi. Pensiamo per un attimo al borderline in cui la fantasmatizzazione primaria, con la sua pretesa che la realtà si uniformi alle sue aspettative idealizzanti, ha decisamente un ruolo preponderante nel mantenimento di un narcisismo che non ammette deroghe, rispetto al soddisfacimento del principio del piacere. L'Io, dunque, del borderline tenterà periodicamente di recuperare lo stadio onnipotente tramite scelte oggettuali narcisistiche, decisamente di stampo diadico, in cui o vi è l'identificazione con oggetti idealizzati, tentando così di appagare l'Ideale dell'Io oppure c'è il completo rigetto. Il borderline creerà sempre relazioni d'oggetto narcisistiche impregnate strutturalmente di identificazione proiettiva e questo aspetto, come sappiamo bene, ha un'importante ricaduta sull'andamento delle sedute e dovrà essere mitigato attraverso uno scambio tra psicoterapeuta e paziente in cui la gratificazione narcisistica dovrà sempre avere in sé un certo grado di frustrazione per favorire l'integrazione sicuramente più evoluta. La nostra esperienza clinica con i borderline ci autorizza a dire che questi presentano sempre una grave carenza rispetto alle strutture egoica e superegoica interne di riferimento, nonché rispetto alla struttura narcisistica della personalità su cui poter basare le proprie valutazioni per la gestione del mondo emotivo, della realtà esteriore, dei propri desideri e ideali, delle proprie decisioni. I borderline presentano sempre gravi deficit rispetto alla capacità di sopportare i sensi di colpa e di trovare soluzioni riparative, non avendo sperimentato dentro di sé l'impasto edipico foriero di relazioni oggettuali triadiche. Vorremmo fare riferimento nello specifico ai ragazzi borderline, che a nostro avviso presentano in modo esasperato un Io fortemente orientato all'attualizzazione, sempre fallimentare, di quella illusione narcisistica originaria, che diventa il vero impedimento alla realizzazione piena e valorizzante il proprio sé e ad un buon adattamento relazionale. Il narcisismo dei ragazzi con un funzionamento borderline potremmo assimilarlo ad un'edera che avvolge superficialmente la loro personalità senza sostanziarla, senza dargli nerbo, e come si sa può essere strappata facilmente non avendo radici profonde. Si esaltano per le loro "bravate" rischiose o per il fatto di non lasciarsi coinvolgere completamente in nulla, ma crollano non appena qualcosa nella loro vita dia evidenza al fatto che la realtà, sia essa interna o esterna, non può uniformarsi ai dettami dell'Ideale dell'Io come vorrebbero le loro relazioni oggettuali diadiche. Diventa dunque indispensabile per il nostro lavoro rivolgere sempre lo sguardo alle relazioni oggettuali e a quelle narcisistiche in particolare, così come si esplicano nella relazione psicoterapica, per comprendere a quale concezione del mondo o meglio a quale politica della mente si rifà il paziente, vale a dire se a quella che attiene al mito di Narciso o a quella che attiene al mito di Edipo. In particolare, crediamo che si debba rivolgere uno sguardo particolare alle modalità di transfert evidenziate dai nostri pazienti nel rapporto analitico e qui ci allineiamo alla posizione di Kohut, che attraverso la sua lunga esperienza clinica isolò due tipologie: quella speculare e quella idealizzante. La prima avrebbe a che fare con il bisogno del paziente di "ammirazione" e "rispecchiamento" da parte del terapeuta, quasi come se questi dovesse esserci solo per dare al paziente ogni sorta di soddisfazione e appagamento del bisogno di essere esaltato. La seconda riguarderebbe il bisogno del paziente di idealizzare il terapeuta, in quanto solo se perfetto può stare in relazione con lui, altrettanto perfetto. Per ricercare nella relazione terapeutica queste tipologie di assetti da parte dello psicoterapeuta evidentemente le loro figure genitoriali non sono state in grado di accogliere e reggere gli aspetti di onnipotenza infantile, per cui il bambino cerca un'altra soluzione difensiva: restare fissato allo stadio dello sviluppo psichico in cui regna un "Sé grandioso arcaico", senza mai giungere ad un equilibrato sentimento di autostima e di fiducia in sé stessi. Sempre la nostra esperienza clinica con i ragazzi borderline, infatti, ci ha convinto del fatto che è molto riduttivo identificare il narcisismo con l'amore di sé, visto che si amano molto poco e non sono affatto innamorati di sé, laddove lo stesso mito di Narciso è abbastanza esplicativo nel mostrare che il narcisismo è piuttosto una forma di interazione specifica di matrice arcaica con il Sé. Nel mito di Narciso, come Henseler scrive, si parla dell'amore per un oggetto costituito da un'immagine speculare che viene scambiato, tragicamente, per un oggetto reale. Inoltre, nel mito, la relazione di Narciso con la propria immagine riflessa ha poco a che vedere con uno sfrenato egoismo; è presentata piuttosto come una fatalità crudele, come la punizione di un dio, punizione che consiste nell'incapacità di amare oggetti reali. Narciso desidera ardentemente la ninfa Eco, ma non il corpo di questa; Narciso è contento di sentirla e di vederla, ma quando lei vuole abbracciarlo si ritrae inorridito. Stando al mito, la paura della prossimità fisica è chiaramente collegata alla vita precedente di Narciso. Egli è un figlio unico di rara bellezza, ma ahimè frutto della violenza subita da Liriope per mano del dio del fiume Cefiso (Henseler, 1991, 200) e proprio rispecchiandosi nell'acqua, vi muore. Narciso, dunque, si distrugge ricercando la fusionalità originaria con la madre Liriope, ninfa della sorgente ed è proprio la sua illusione narcisistica onnipotente a divenire mortifera. Quanto su detto è spiccatamente evidente nel disturbo di personalità narcisistico costantemente teso a non entrare completamente in contatto con nessuno, proprio perché troppo angosciato dal pensiero di deludere ed essere deluso. Questi rivolge il suo sguardo rapito a sé e all'oggetto idealizzato, ma solo lo sguardo, che diviene un vero e proprio distanziatore. Allo sviluppo psichico di Narciso, ma diremmo di tutti i disturbi di personalità, mancano un padre e dei fratelli, manca cioè la possibilità di avere accesso alla dimensione edipica con quello che significa per la vita mentale, vale a dire capacità di fare le differenze, di separarsi ed individuarsi, di riconoscere l'altro da sé, di aprirsi alla triangolazione come possibilità sempre altra di trovare soluzioni, e così di reggere la realtà e di accedere all'elaborazione della posizione depressiva, in cui l'illusione onnipotente abdica a favore di una realizzazione realistica del proprio vero Sé. Questi pazienti, pur non essendo egoisti, non riescono ad amare oggetti reali, a toccarli in modo amoroso a livello fisico e mentale, a condividere con essi le mucose, a farsi pervadere da quanto di più prezioso l'altro possa dare loro; loro si riflettono soltanto nell'altro spesso disperatamente. Nei disturbi di personalità, di cui fanno parte anche il disturbo borderline e quello narcisistico, peraltro è tutto molto poco definito; talvolta, infatti, sembrano governati dall'Es in un gioco proiettivo fatto di comunicazioni altamente emotive, richiedenti e rigettanti il contenimento; ad esempio, per i borderline esiste un'unica regola, quella evacuativa anale del tutto e subito. Altri si presentano dominati dall'Ideale dell'Io, che li costringe al vissuto della perenne sconfitta e umiliazione, condito da atteggiamenti paranoidei densi di giudizio negativo; unica legge fondante il loro vivere è quella del tutto bianco/perfetto o tutto nero/sbagliato. Queste due tipologie di funzionamento psichico limite, tipiche dei disturbi di personalità, hanno in comune una carente formazione di strutture regolatrici, responsabili della sicurezza e soprattutto dell'autonomia dell'individuo e del suo narcisismo. Freud nel suo lavoro del 1931 "Tipi libidici" si interessò a cercare le differenze tra chi investe solo sulla conservazione di sé, rivelando una scarsa dipendenza dall'amore e dalla considerazione degli altri, chiamato "tipo narcisistico", e chi, essendo dominato dal bisogno di essere amato ed approvato, prova fortemente l'angoscia di perdere l'amore dell'altro ed è particolarmente dipendente, definito perciò "tipo erotico". Sicuramente una persona equilibrata dovrebbe presentare una sorta di mescolanza dei vari tipi, la cui scelta varierà da situazione a situazione.

Completamente diversa dalla situazione dei disturbi di personalità è quella dei pazienti con una struttura di personalità nevrotica, i quali possono presentare delle fragilità narcisistiche, ma mai un vero e proprio disturbo del narcisismo, dato che possono appoggiarsi a relazioni oggettuali di tipo triangolare, in cui esistono rappresentazioni mentali ben differenziate e dense di simbolizzazione rispetto alle differenze sessuali. I nevrotici hanno strutture narcisistiche più solide, a cui riferirsi in caso di frustrazioni e fallimenti, avendo consolidato il proprio fallo. Tuttavia, ci sembra opportuno fare comunque un riferimento ad una tipologia di nevrotici in evidente crescita in questo periodo storico. Trattasi di nevrotici che si presentano letteralmente attanagliati dai divieti di un Super Io severissimo, fortemente penalizzanti i loro desideri, che rappresentano quanto di più personale, e inducenti il loro Io ad attivare automaticamente l'inibizione come difesa. L'inibizione in questi pazienti si presenta sotto la forma di una restrizione di molte funzioni, in particolare di quelle che possono più di altre fondarsi sull'espressio+ne delle pulsioni dell'Es, che provocherebbe l'inondazione dell'Io da parte dell'angoscia. La loro non è un'angoscia reale, ma un'angoscia nevrotica, che è sempre connessa alla paura di evirazione, cioè di separazione e perdita di un oggetto altamente stimato e investito narcisisticamente: il proprio fallo. Sono pazienti che prendono troppo sul serio pressoché tutto ciò che loro fanno o che gli altri fanno a loro, riempiendolo di significati che alla fine li inducono a concludere che sia meglio inibire le azioni per restare unicamente sul piano del pensiero. Però nell'atto di fare ciò si ritrovano insicuri, vacillanti nel loro narcisismo e completamente incapaci di pensare che la messa in atto di un loro desiderio sia assolutamente fisiologico. Piuttosto restano completamente imbrigliati in un conflitto sine die, pur di evitare l'angoscia di "evirazione", e passano gran parte del loro tempo a valutare le conseguenze delle loro possibili azioni, sottovalutando il fatto che nessuno di noi può prescindere dall'agire per riuscire ad essere sé stesso. Da quanto finora visto, emerge dunque che il narcisismo può essere concepito solo su base relazionale, in quanto va a definirsi nelle relazioni primarie e necessita dell'altro per la sua estrinsecazione in un movimento costante di attrazione-repulsione verso l'altro da sé. La posizione narcisistica pura sembrerebbe inconcepibile, eccetto che all'origine nel narcisismo primario in cui vi sarebbe un discutibile stato non oggettuale, subito temperato dal richiamo all'altro. Oggi più che mai il richiamo dei social, che investe prevalentemente i ragazzi, ma non solo, sembra dirci che dobbiamo assolutamente concepire la natura relazionale del narcisismo. Comunque riteniamo che per il valore che assumono i giovani in un necessario processo di "futurazione" del nostro sentire sociale tutto il resto del nostro articolo debba concentrarsi sul disagio del narcisismo da loro mostrato, anche con il prezioso ausilio della clinica. Vorremmo partire con la domanda che Winnicott poneva ad ogni adolescente ricoverato nell'Ospedale di Paddington Green, dove questi lavorò dal 1923 fino al 1962: "Come vorresti essere da grande?" La scelta di partire da questa domanda di Winnicott è stata fatta per sottolineare immediatamente l'obiettivo terapeutico che dovremmo porci con tutti i pazienti ma particolarmente con gli adolescenti, che presentano un narcisismo mal strutturato; vale a dire portarli dalla condizione di non essere in grado di formulare questa domanda e altre correlate, o ancor meno di dare risposta alle stesse, alla condizione di esserlo a dimostrazione di un narcisismo ben strutturato. Per riuscire in questo intento dovremo precisare che il trattamento delle patologie del narcisismo richiede di fare riferimento alla prospettiva psicoanalitica ontologica che si sostanzia nella strutturazione della soggettività sempre in rapporto all'alterità, rispetto alla quale i giovani hanno grandi difficoltà; ma sarà necessaria anche l'integrazione dell'approccio psicoanalitico relazionale per dare evidenza agli aspetti narcisistici che caratterizzano le sedute con ragazzi che presentano funzionamenti limite, che possono esitare in veri e propri disturbi di personalità, e con ragazzi con funzionamenti più nevrotici di tipo ossessivo, decisamente in aumento. Cercheremo poi attraverso dei casi clinici di sottolineare alcuni passaggi terapeutici importanti del Processo Psicoanalitico Mutativo, che danno evidenza alla necessità di staccarsi dall'idea della mente come "apparato per pensare" (Freud, Klein, Fairbairn) e di abbracciare l'idea che la mente è un processo vivente (Winnicott, Bion), che va a coinvolgere sempre l'altro. Il P.P.M., Processo Psicoanalitico Mutativo, è un metodo psicoterapico psicoanalitico focalizzato sulla diagnosi del funzionamento psichico, su cui basa tutto il processo trasformativo delle difese del paziente, che vanno a formare la rappresentazione mentale di sé; va precisato che qualsiasi trasformazione si realizza grazie alla relazione tra paziente e psicoterapeuta, coinvolgendoli entrambi. Ritornando alla domanda di Winnicott, va detto che ai tempi di chi scrive, ed evidentemente anche prima, la domanda di Winnicott ci veniva posta spessissimo quando incontravamo un adulto in una sorta di gioco fortemente narcisizzato, visto che ci veniva spontaneo rispondere che da grandi avremmo voluto essere qualcuno di importante e che avremmo svolto un lavoro altrettanto importante. Innegabilmente nel rispondere così coglievamo anche l'aspettativa dell'adulto nei nostri confronti, che già di per sé era un'investitura narcisistica. In quelle situazioni, senza saperlo, vi era già attivata una relazione oggettuale triadica: la rappresentazione mentale di come si voleva essere e diventare, il ragazzino e l'adulto, reali e immaginari. Il desiderio faceva da ponte tra le fantasie su di sé proiettate nel futuro, ricche di piacere e la consapevolezza della necessità di dover "lavorare" molto per poterle realizzare, entrambe dimostrazioni di un narcisismo ben strutturato, perché inclusivo dell'idea del limite, esito della triangolazione edipica.

Infatti, vi era l'appoggio ad una struttura intrapsichica fondata sul mito di Edipo, che sostanzia simbolicamente il limite della conoscenza, ma al tempo stesso la spinge a cercare la verità di sé a qualsiasi prezzo. Nell'"Edipo re" di Sofocle, infatti, cogliamo tutta l'ansia della conoscenza e, al contempo, la coscienza di quanto difficile sia conoscere: Edipo, che pure aveva risolto l'enigma della Sfinge, sentiva che non tutto di sé gli era chiaro nonostante i mille indizi e perciò decise di spingersi oltre i limiti per poter giungere ad un vero sapere di sé. Può sembrare fuori luogo il riferimento al mito di Edipo, dato che il ragazzino nel rispondere alla domanda "Cosa vorresti essere da grande" sembra già sapere del suo futuro; in verità l'uso del condizionale "vorresti" dà evidenza proprio al limite della conoscenza del proprio futuro, ma al tempo stesso al valore della fantasia creativa e narcisisticamente strutturante su di sé. Sempre più spesso oggi ci arrivano in psicoterapia adolescenti e tardi adolescenti spenti, inibiti, pieni di angoscia, bloccati nei loro percorsi di studio, privi di sogni, con le menti letteralmente ingolfate da pensieri per nulla produttivi, ma piuttosto fortemente ossessivi, con sintomatologie coinvolgenti il corpo che ancor di più giustificano il pensiero ridondante e chiuso intorno al malessere, inclini ad un atteggiamento di controllo verso l'ambiente sentito come minaccioso nei confronti della loro immagine. Sono ragazzi fortemente angosciati dal pensiero di non essere all'altezza delle aspettative dei loro coetanei, che si sentono spesso giudicati per via di una massiccia proiezione dei loro aspetti giudicanti, nei quali il futuro è stato letteralmente messo da parte per il prevalere di un presente non incoraggiante. I ragazzi di cui stiamo trattando presentano infatti un Io fortemente orientato all'attualizzazione, sempre fallimentare, di quella illusione narcisistica originaria, di cui si diceva, che diventa il vero impedimento alla realizzazione piena e valorizzante il proprio sé e ad un buon adattamento relazionale. Dunque, in questi casi, solitamente facciamo sentire loro che, stando nella stanza di analisi, devono rinunciare alla gratificazione diretta e alla valorizzazione totale da parte dell'oggetto, cioè del terapeuta, e a seguire gli rendiamo merito e gli riconosciamo questo loro sacrificio. Così la soddisfazione del loro bisogno narcisistico si realizza reggendo la parziale frustrazione della gratifica immediata, data tra l'altro da un adulto significativo, che dona loro conferma e testimonianza di una forza dell'Io, che pensavano di avere senza averla veramente. Abbiamo potuto constatare che questo è un fattore decisivo per la crescita e lo sviluppo di strutture psicologiche, utili anche all'apprendimento scolastico.

Riprendendo la domanda di Winnicott, che sostanzialmente ci richiama alla questione ontologica, dato che dice "Cosa vorresti essere da grande?", vorremmo dare evidenza ad un ulteriore atteggiamento fondamentale in una psicoterapia psicoanalitica, come sostiene il P.P.M., che attiene all' "aspettare", come Winnicott (1969) in "Gioco e realtà "ci suggeriva, prima di trasmettere ai nostri pazienti ciò che abbiamo capito di loro, soprattutto se adolescenti. Il nostro bisogno di interpretare, perché troppo pervasi dalla psicoanalisi epistemologica che spesso appaga il nostro bisogno narcisistico di essere depositari di un sapere dell'altro, rischia di impedire al ragazzo di fare l'esperienza che consente di arrivare a capire in maniera creativa e con gioia immensa come lui è e da lì diventare pratico con il processo che permette di diventare più pienamente sé stesso.

Innegabilmente gli adolescenti di cui tratteremo nelle sottostanti finestre cliniche, per varie vicissitudini, non hanno potuto fare l'esperienza di scoprire creativamente sé stessi e diventare pienamente sé stessi.

Finestra clinica

Veniamo contattati telefonicamente da un ragazzo di 20 anni, che al telefono si presenta in modo educato e particolarmente minimalista nella comunicazione. Questo stile comunicativo povero di avverbi e di aggettivi, coloriture necessarie nel rapportarsi all'altro, era già intriso di aspettative idealizzanti nei nostri confronti: dovevamo capire ciò che lui ci stava dicendo senza troppo sforzarsi e al tempo stesso ci richiedeva una sorta di rispetto a prescindere dal fatto che se lo fosse conquistato. Filippo, nome fittizio, all'apparenza si presentava in modo molto adeguato alla sua età salvo un atteggiamento esagerato da adulto, da persona già vissuta. Focalizzò subito il problema che lo aveva indotto a chiedere una psicoterapia: non riusciva a studiare, si sentiva completamente bloccato, era apatico, passava molto tempo a letto, per poi attivarsi quando organizzava serate − aveva con altri suoi amici una società nel settore − grazie ad alcool e sostanze, oppure quando litigava con la sua ragazza diventando violento verbalmente. La diagnosi di funzionamento borderline fu presto fatta, e la crisi era sicuramente stata provocata dall'essersi reso conto che la sua identificazione con l'oggetto "figlio ideale" non aveva retto l'impatto con la realtà; di fatto il sistema di successi, tra questi anche l'aver conquistato la ragazza più bella della scuola, si stava sgretolando e rischiava anche di essere lasciato dalla fidanzata esasperata dai suoi comportamenti. Filippo diventata aggressivo con lei, ogniqualvolta la ragazza si prendeva delle libertà, nel vestiario o nei comportamenti, offensive per il suo orgoglio narcisistico, che lui sentiva obbligatoriamente da difendere agli occhi degli altri; ci ripeteva, infatti, spesso che la gente lo conosceva come uno tosto. Terzo ed ultimo figlio di una famiglia piuttosto altisonante per la discendenza nobiliare della madre e per il ruolo professionale del padre, Filippo al pari dei suoi fratelli, doveva tenere alto il cognome che portava. Peccato però che questa fosse una famiglia che funzionava in modo borderline in tutti gli ambiti: perfetta all'apparenza e poi non appena si riunivano, scoppiavano vere e proprie risse tra loro, la madre super accondiscendente e il padre coercitivo… Durante il primo colloquio Filippo ci disse anche che se avesse pensato di interrompere gli studi universitari il padre glielo avrebbe impedito a suon di botte e male parole, modalità molto consuete al grandissimo professionista. Dunque, il ragazzo non poteva proprio contare su una struttura narcisistica sana, appoggiantesi su relazioni oggettuali triangolari, in quanto tutto il suo mondo relazionale era diviso tra buoni e cattivi, e la sua identità cercava di definirsi attraverso l'identificazione con un oggetto ideale: quello dell'imprenditore affermato. Vi era nella sua mente una sorta di distorsione della realtà, visto che aveva solo 20 anni, cioè una sorta di accelerazione, di esasperazione della necessità di trovare sempre e ovunque un altro corresponsivo ed esaltante la sua persona. Ovviamente questo tipo di relazione oggettuale diadica − tutto e subito − si palesò anche tra noi: l'aspettativa che noi gli dessimo immediatamente una soluzione per il superamento della sua apatia, vero impedimento per lui al raggiungimento della laurea, fu quasi tangibile. Filippo sembrava irrequieto nelle sedute e pronto all'attacco, che peraltro talvolta c'era, nel vedere che la sua illusione narcisistica onnipotente in parte proiettataci addosso, per cui in quattro e quattr'otto lui doveva riuscire a scrivere nella chat di famiglia che era riuscito a superare il primo esame, coesisteva con un certo grado di frustrazione. All'inizio della psicoterapia arrivava spesso in ritardo, pretendendo che noi lo accettassimo senza battere ciglio, e soprattutto che non gli facessimo pagare per intero la seduta; si comportava come se tutto gli fosse dovuto al pari di un principe − memoria di un casato fuori tempo − sperando in una nostra reazione violenta, di cui lui era molto più esperto di noi. Il nostro atteggiamento rimase invece costante e fermo, nonostante l'irritazione che peraltro gli palesammo, grazie al pensiero che nella relazione analitica con Filippo si stesse ripresentificando una squalifica di sé importante. Gli chiedemmo, dunque, che cosa gli facesse pensare il nostro modo di porci nei suoi confronti e lui ci rispose che doveva essere l'atteggiamento tipico dello psicoterapeuta in casi come il suo, escludendo completamente l'ipotesi che il nostro modo di porci fosse diretto proprio a lui. Gli rispondemmo che si era sbagliato proprio perché troppo velocemente ci aveva voluto rispondere e che in verità il nostro comportamento era intriso di valorizzazione di lui, in quanto lo consideravamo capace di cogliere e mettere in atto un principio, cioè che nulla si raggiunge se non con la pazienza, il sacrificio e la tenacia, frase che poi lui riportò nel suo Stato di Whatsapp. Ci riferivamo solo a lui o anche a noi? Sicuramente la psicoterapia con Filippo ha messo a dura prova la nostra pazienza: tantissime volte avremmo voluto agire da borderline e sbatterlo fuori, così come avremmo voluto interrompere il trattamento. Tutti noi sappiamo che una psicoterapia funziona solo se paziente e terapeuta si sentono alla pari! Sottoponendoci ad un certo grado di frustrazione delle nostre pulsioni evacuative, nonché del nostro desiderio di ottenere in tempi brevi un successo terapeutico e quindi appellandoci alla nostra forza dell'Io, permettemmo a Filippo la parziale identificazione con un oggetto ben poco ideale, sebbene sicuramente solido nel proprio narcisismo professionale dato che eravamo piuttosto convinti che saremmo riusciti insieme con pazienza a metterlo nella condizione di applicarsi con metodo allo studio e di scoprire la sua vera identità.

Quando Filippo cominciò ad arrivare puntualmente alle sedute, fummo pronti a gratificarlo sottolineando il fatto che ci stava confermando che ci sarebbe riuscito per sua dignità, nonché per rispetto nei nostri confronti; gli riservammo una analoga gratifica nel momento in cui ci riferì di non aver inveito contro le persone, nonostante le situazioni in cui si era trovato fossero particolarmente favorevoli a far uscire la parte violenta di sé, di derivazione paterna. Il testimone narcisistico troppo pesante, quasi schiacciante la personalità di Filippo, lo aveva indotto a lasciarlo cadere, ma un certo potere doveva esercitarlo sugli altri, così era ricorso all'identificazione con un padre molto poco edipico, ma piuttosto pervaso dal trinomio "Padre, Padrone e Padre Eterno", nella sua parte dura e impositiva. Ma Filippo era veramente così? Notammo con il tempo che ogni volta che il ragazzo si imponeva in malo modo su qualcuno, riferendoci il fatto in seduta, alla fine aggiungeva, senza lasciar trapelare però un particolare struggimento, che si era dispiaciuto e che avrebbe voluto chiedere scusa. Lo gratificammo rispetto a questo cambiamento, che dava evidenza ad un avvio di mentalizzazione, ma aggiungemmo che l'altro avrebbe voluto sentire nelle sue parole un profondo dispiacere per ciò che lui gli aveva fatto e che quindi dovevamo chiederci il perché di questa sua scissione tra parole ed emozioni. Era cominciata ed è tuttora in atto la fase terapeutica dell'alfabetizzazione delle emozioni, cioè della trasformazione delle parole in vissuti, della comparsa del coraggio nell'ammissione delle stesse, tra cui anche della paura degli esami, insopportabile per un narcisismo incerto ma assolutamente accolta e contenuta da un narcisismo solido. Filippo ha iniziato ad applicarsi allo studio e a superare gli esami, senza troppo sbandierare i suoi successi sulla famosa chat di famiglia, essendo traguardi suoi a conferma delle sue vere capacità. Il ragazzo comincia a rivelare strutture regolatrici interne, che si formano grazie all'incontro positivo con le capacità di risposta dell'oggetto/madre, quando il bambino piccolo si vive prevalentemente come non separato, né distinto da esso. Winnicott (1963 pp 92-93) in "Sviluppo affettivo e ambiente" sostiene però che per il bambino piccolo la stessa madre dà origine a due esperienze diverse di sé a seconda se prevale la madre-oggetto o la madre-ambiente. Precisamente dice: "La madre-ambiente riceve tutto quanto è definibile come affetto e come sentire condivisibile, mentre la madre-oggetto diventa il bersaglio dell'esperienza eccitata sorretta dalla tensione istintuale". Con i ragazzi come Filippo il primo passaggio terapeutico è proporsi come "madre-ambiente", svolgente la funzione di continuare ad essere sé stessi nonostante gli attacchi o le proiezioni idealizzanti. Non è necessario in questa fase esplicitare loro i contenuti dei nostri pensieri, tanto meno le nostre interpretazioni, a parte l'interpretazione iniziatica che il P.P.M. prevede e con la quale noi psicoterapeuti facciamo percepire al ragazzo che lo stiamo trattando da "grande", ma dobbiamo solo favorire la sintonizzazione affettiva, un po' come accade nella relazione madre-bambino piccolo. Questi è interconnesso con il mondo interno della madre nella gestione delle emozioni e sente se i suoi affetti attraverso un sano rispecchiamento vengano riconosciuti. È proprio questa dinamica relazionale che tende a riprodursi tra noi e i nostri pazienti, per cui con il giusto gradiente di frustrazione favoriamo l'incorporazione di tracce mnestiche positive di soddisfazione parziale delle pulsioni, allo scopo di favorire l'introiezione dell'oggetto buono con cui identificarsi. Filippo, che al di là della sua apparente presunzione, si era sempre visto come un oggetto cattivo, per il fatto che dava e si dava pochissime soddisfazioni e si cacciava sempre nei guai anche con le forze dell'ordine, cominciò a pensare che anche lui potesse fare qualcosa di buono e soprattutto a mantenere memoria delle esperienze positive.

Finestra Clinica

Riceviamo una telefonata da una signora, che ci chiede un appuntamento per la figlia quindicenne che ha un problema di acne molto grave. La dermatologa che la segue e che avrebbe fornito il nostro nominativo sosteneva che ci fosse una base psicologica dietro il problema. Appena chiusa la telefonata cominciammo ad immaginare la ragazza ed in particolare il suo viso deturpato dalle acne, senza provare tenerezza ma al contrario un senso di ripulsa; ci chiedemmo subito perché si stesse sviluppando questa reazione controtransferale, assolutamente insolita per noi.

Pensammo che la madre in qualche modo ci avesse indotto ciò, forse allo scopo di provocare in noi una reazione di rifiuto nei confronti di Agnese e così impedirci il crearsi di una coppia analitica.

Questa nostra ipotesi ci aiutò molto al primo incontro con la ragazza, che saliva le scale dietro la madre: minuta nel corpo e un po' dimessa sembrava un po' più piccolina dell'età che aveva, con un bel faccino e soprattutto due occhioni dietro un paio di occhiali dalla montatura poco colorata e piuttosto anonima. Ci guardammo e lei ci salutò molto educatamente. Provammo ad attendere il padre, ma la madre, intuendo, ci precisò che erano solo loro due. A conferma dell'assenza del terzo nel mondo delle relazioni oggettuali, come elemento disgiuntivo e separativo, vi fu un particolare che ci colpì: sebbene non fossero vestite proprio allo stesso modo, entrambe avevano lo stesso stile. Agnese ci stupì tuttavia nel dirci che sarebbe entrata da sola, inducendoci a fare una diagnosi differenziale rispetto alla psicosi, nonostante si presentasse estremamente inibita, quasi un po' goffa. Introducemmo il primo colloquio chiedendo ad Agnese di dirci quale fosse per lei il problema che la faceva essere lì e che poi le avremmo riferito ciò che la mamma ci aveva detto per telefono. Con nostra grande sorpresa Agnese, pur avendo un viso arrossatissimo per l'acne, ci disse che il vero problema era il fatto che lei non aveva amici, era molto isolata, emarginata in classe dai compagni, che la cercavano solo per avere i compiti svolti da lei, essendo molto brava, insomma si sentiva una "sfigata", lei ci soffriva molto e alle volte li detestava per questo. Mentre parlava, Agnese non si perdeva niente di noi, ci scrutava e palesemente tratteneva le lacrime forse per paura di mal apparire ai nostri occhi. Facemmo subito la fantasia che l'acne, così come il suo atteggiarsi talvolta a bambina le servisse per evitare l'angoscia che le suscitava il contatto/confronto con i suoi coetanei, rispetto ai quali si sentiva deficitaria; questa angoscia poi attivava le difese dell'Io tra cui la scissione dell'immagine dell'oggetto e l'evitamento. Ma Agnese era così tanto minacciata dai suoi coetanei o piuttosto aveva bisogno di pensarlo per rendere permanente il suo legame con l'oggetto originario e tutelarlo dai suoi attacchi aggressivi? Di fatto Agnese aveva proiettato le sue pulsioni aggressive sui suoi coetanei, i quali innegabilmente si erano identificati con queste proiezioni, viceversa riservando alla madre tutta l'idealizzazione di cui era capace. Parlava della madre con grande ammirazione, cosa piuttosto insolita per una adolescente, e soprattutto la identificava come il "luogo" più sicuro, e la madre faceva di tutto per rinforzare questa immagine di sé. Questo quadro non poteva in alcun modo predisporre alla costruzione di un sano narcisismo, che necessita assolutamente del contatto con l'altro; Agnese attraverso la relazione analitica doveva essere portata a crearsi quelle strutture narcisistiche di cui si parlava sopra. Il primo passo in tal senso lo avevamo compiuto insieme ancor prima che iniziasse il primo colloquio: noi non scivolando nel senso di ripulsa nei confronti del suo volto, in quanto Agnese è molto di più della sua acne, e lei dichiarando alla madre che sarebbe andata verso un'estranea senza di lei, entrando da sola nella stanza di analisi. Agnese basava completamente le sue gratifiche narcisistiche sull'ottimo rendimento scolastico, riportando il massimo dei voti al Liceo Classico, e quindi appoggiandoci a questo le facemmo notare che ciò dimostrava che, con l'impegno, i risultati desiderati si raggiungono e dunque dovevamo chiederci perché non applicasse lo stesso impegno al raggiungimento di un rapporto con i suoi compagni di classe, ma piuttosto si arrendesse subito. Usammo come metafora la traduzione di una versione di greco per chiederle come si sarebbe comportata se, approcciando il testo, avesse incontrato una grossa difficoltà a tradurlo; le chiedemmo se avrebbe consegnato il foglio protocollo in bianco o piuttosto se si sarebbe messa con pazienza a cercare il verbo, il soggetto e i complementi per capire cosa volesse dire l'autore del testo. Nonostante in terapia cercasse continuamente di portarci sulla critica verso i suoi compagni di classe, che noi stoppavamo sempre, dando evidenza al suo tentativo di evitare di parlare del suo problema, lavorammo per diversi mesi sulla possibilità di aprirsi con alcuni di loro e magari condividere anche qualche uscita. Via via Agnese andò verificando che tanti suoi problemi erano anche degli altri e che lei sbagliava nel modo di porsi; soprattutto lei realizzò che, per sentirsi orgogliosi di sé, era necessario rapportarsi agli altri. A ridosso dell'interruzione estiva ci comunicò che aveva preso due decisioni: di iscriversi ad un campo del WWF e di iniziare una terapia farmacologica contro l'acne. Pensammo che volesse farci dono di una soddisfazione a riprova del legame profondo che ormai c'era tra noi: l'abbattimento della difesa dell'evitamento; oggi pensiamo che Agnese con quella comunicazione abbia fatto un dono soprattutto a sé stessa: diventare una ragazza coraggiosa in mezzo agli altri.

Questo caso clinico sembra dunque confermare ciò che sostiene anche il P.P.M.: il narcisismo deve essere concepito seguendo un'ottica relazionale, non solo perché nasce nelle relazioni primarie e si estrinseca in rapporto all'altro, ma perché, per essere trasformato e reso più solido attraverso la psicoterapia, dobbiamo rifarci alla teoria delle relazioni d'oggetto, in cui è continuo il richiamo ai movimenti costanti di attrazione-repulsione verso l'altro da sé. Freud (1914) in "Introduzione al narcisismo" mise in rilievo la posizione dei genitori nella costituzione del narcisismo primario del bambino; il loro amore nei confronti del figlio riflette la richiesta implicita che sia lui ad appagare i loro desideri irrealizzati. I genitori per il tramite di un figlio revivificano il loro narcisismo. Volendo poi rivolgere la nostra attenzione al narcisismo secondario, Semi A.A. (2007) nel suo libro "Il Narcisismo" lo considerò come una situazione psichica più tardiva che comporta l'investimento libidico di un oggetto esterno vissuto però come parte del proprio io; il narcisismo secondario nascerebbe dal fallimento dell'illusione narcisistica onnipotente, rispetto al quale assume l'aspetto di un tentativo di ricostituire delle condizioni psichiche di piacevolezza, di pienezza e di certezza che il narcisismo primario dava l'illusione di avere. Possiamo sicuramente considerarlo un importante passaggio evolutivo che porta al riconoscimento dell'alterità quello in cui il bambino riconosce la sua impotenza fisiologica per cui necessita di un intervento esterno che lo soccorra e lo aiuti; trattasi di una ferita narcisistica che però lo salva dall'idea di poter avere il controllo onnipotente sulla propria vita psichica. La Klein (1935) riteneva che sin dalla nascita il bambino, grazie alla relazione con la madre, può interiorizzare l'oggetto buono e così avviarsi all'autoerotismo e al narcisismo; questa condizione, secondo noi, può realizzarsi soltanto se i genitori nutrono la relazione con il figlio di amore incondizionato e di rispecchiamento.

L'ultima finestra clinica riguarda quei ragazzi con un funzionamento nevrotico ossessivo che, come dicevamo, prendono troppo sul serio pressoché tutto ciò che loro fanno o che gli altri fanno a loro, riempiendolo di significati che alla fine li inducono a concludere che sia meglio inibire le azioni per restare unicamente sul piano del pensiero. Nell'atto di fare ciò si ritrovano insicuri, vacillanti nel loro narcisismo e completamente incapaci di pensare che la messa in atto di un loro desiderio, anche amoroso nei confronti di un coetaneo, sia assolutamente fisiologico. Con questi ragazzi non ricorriamo mai, soprattutto all'inizio del trattamento, ad interpretazioni di transfert o delle loro fantasie inconsce, delle loro paure, dei loro impulsi, dei loro conflitti, ma piuttosto cerchiamo di coinvolgerli nel "giocare" con noi, dato che presentano quasi tutti una vera e propria incapacità di giocare e di "mettersi in gioco", barricati e pieni di paure. Ovviamente quando parliamo di "giocare" non intendiamo lo scherzare con il ragazzo, che si sentirebbe così sminuito da noi e perciò ferito narcisisticamente, ma piuttosto il coinvolgerlo nel comunicare ciò che stiamo vivendo stando insieme, dando così ancor più evidenza al divario tra la nostra soggettività e la sua, a cui tanto tengono gli adolescenti in una sorta di rivendicazione della loro identità, sebbene non ben messa a fuoco. Allora "giocare" diviene l'equivalente dell'incontrarsi in uno spazio transizionale, che consenta ad entrambi non solo l'accesso alla percezione di avere punti in comune, ma anche la disponibilità all'entrata arricchente di "oggetti diversi-da-me nel modello personale", come diceva Winnicott (op. cit. p. 22). Nel caso del trattamento con il P.P.M. di questi ragazzi si è sempre sentito necessario il passaggio da noi a loro di una rappresentazione mentale in loro completamente mancante: quella del piacere condiviso come spunto a legarsi all'altro, in netto contrasto con il legame fondato sull'angoscia. La prima esperienza di piacere cominciano a viverla proprio nella relazione analitica con noi, quando cominciano a vedere che anche le questioni serie non vanno affrontate in modo serioso e pesante, come loro fanno in tutti i campi. Così piano piano sulla scena analitica cominciano a salire sempre più scevri da paure i grandi assenti: i loro desideri.

Brevissima finestra clinica

Trattasi di una ragazza sedicenne, con funzionamento nevrotico di tipo ossessivo, sviluppatosi all'interno di un contesto familiare fortemente ispirato da un modello educativo dei figli denso di controllo delle pulsioni aggressive e sessuali. I genitori si erano separati quando Francesca aveva sei anni per volontà del padre che condensava nel suo atteggiamento ed aspetto esteriore seduzione e rigidità nello stesso tempo. Era evidente che questo evento fosse andato ad interferire gravemente sull'elaborazione dell'Edipo, essendosi ritrovata Francesca di fronte ad un posto vacante, che si rese ancor più disponibile a seguito della perdita della madre dopo cinque anni dalla separazione. Da quel momento, la sua mente fu letteralmente invasa da pensieri ossessivi che in parte la richiamavano a colpe gravi solo pensate ed esitavano in un'inibizione piuttosto importante e in un malessere indicibile; Francesca considerava i suoi desideri i veri responsabili per cui, qualora si sentisse attratta da un ragazzo, cominciava a imbrigliare la sua mente con una serie "di se e di ma" per cui alla fine si immobilizzava letteralmente nel far trapelare il proprio interesse al ragazzo. Tutto ciò però la induceva a sentirsi una vera e propria disagiata rispetto ai suoi coetanei. Il nostro lungo lavoro partito con quella condizione di gioco, di cui dicevamo sopra, ha visto fasi in cui l'indebolimento della rimozione ha permesso di pescare nelle fantasie di Francesca ed altre fasi in cui la ragazza appoggiandosi a noi metteva in atto i suoi desideri, sviluppando così un sano orgoglio di sé per aver avuto il coraggio di affrontare le proprie angosce.

Bibliografia

Bion W.R. (1962). Apprendere dall'esperienza. Roma: Armando. 1972.

Bion W.R. (1970). Attenzione e interpretazione. Roma: Armando. 1973.

Bollas C. (2021). Tre caratteri. Narcisista, borderline, maniaco-depressivo. Milano: Raffaello Cortina Ed. 2022.

Freud S. (1910). Un ricordo d'infanzia di Leonardo da Vinci, OSF 6, Torino: Bollati Boringhieri. 1989.

Freud S. (1910). Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia descritto autobiograficamente. (Caso clinico del presidente Schreber). OSF 6. Torino: Bollati Boringhieri. 1989.

Freud S. (1912). Totem e tabù. OSF 7. Torino: Bollati Boringhieri. 1989.

Freud S. (1914). Introduzione al narcisismo. OSF 7. Torino: Bollati Boringhieri. 1989.

Freud S. (1929). Il Disagio della Civiltà. OSF 10. Torino: Bollati Boringhieri. 1989.

Freud S. (1931). Tipi libidici. OSF 11. Torino: Bollati Boringhieri. 1989.

Gabbard G.O., Crisp H. (2019). Il disagio del narcisismo. Milano: Raffaello Cortina Ed.

Green A. (1983). Narcisismo di vita, narcisismo di morte. Roma: Borla.

Grunberger B. (1971). Il narcisismo. Torino: Einaudi. 1998.

Henseler (1991) p. 200. In Bonaminimo V. Il concetto di narcisismo nella teoria delle relazioni oggettuali: il significato clinico delle identificazioni narcisistiche primarie nella prospettiva winnicottiana. Relazione del 26/7/2003 al Centro Psicoanalitico di Firenze.

Klein M. (1953). La tecnica psicoanalitica del gioco: sua storia e suo significato. In Nuove vie della psicoanalisi. Milano: Il Saggiatore. 1966.

Kohut H. (1971). Narcisismo e analisi del sé. Torino: Boringhieri. 1976.

Laplanche e Pontalis (1967). Enciclopedia della psicoanalisi, vol. II. Bari: Laterza. 2010.

Madeddu F. (2020). I mille volti di Narciso. Milano: Raffaello Cortina Ed.

Modell A.H. (1986). A narcisistica defence against affect and illusion of self-sufficiency. in Morrison, A.P. (a cura di). Essential Papers in Narcissism, New York University Press, New York.

Petrini P., Mandese A. (2017). Manuale del Processo Psicoanalitico Mutativo PPM. Milano: Franco Angeli.

Semi A. A. (2007). Il narcisismo. Bologna: Il Mulino. 2007.

Sollini A. (a cura di) (1987). Narcisismo Sé e Relazione. Roma: Borla.

Winnicott D.W. (1963 pp 92-93) Lo sviluppo della capacità di preoccuparsi In Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma, 1970.

Winnicott D.W. (1969) L'uso dell'oggetto e l'entrare in rapporto attraverso identificazioni. In (1971) Gioco e realtà, Armando Ed.Roma, 1974, pp. 151-164.

Avanti
Avanti

Strumenti innovativi per l’orientamento e il career counseling nell’ambito del modello Positive Self and Relational Management